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INTERVISTA SULA VITTORIA NAVALE
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NOTA . Proprietà letteraria (copyright © 2026) di Domenico Carro.
Nel 551, per concludere la guerra contro i Goti che si erano insediati nella nostra Penisola, Giustiniano aveva predisposto l'invio di un'ultima spedizione navale diretta in Italia al comando di Narsete. Nel frattempo, tuttavia, i Goti avevano posto sotto assedio navale e terrestre la città di Ancona, il cui porto era rimasto fino allora il solo approdo sicuro per lo sbarco delle forze provenienti da Costantinopoli. I Romani dovettero pertanto affrontare in battaglia navale la flotta di Goti, quale premessa indispensabile alla liberazione di Ancona dall'assedio. Sulla determinante vittoria navale riportata dai Romani nelle acque di Senigallia, Focus Storia ha dedicato un articolo pubblicato nel gennaio 2007 a firma di Michele Scozzai con la collaborazione di Pietro Faggioli. L'intervista che segue era stata rilasciata fra il 18 aprile e il 13 maggio 2006, su richiesta dei predetti giornalisti di Focus Storia per la redazione del predetto articolo. Il testo scritto, che deriva dalla trascrizione delle valutazioni espresse verbalmente e poi affinate per email, è stato poi oggetto di un'ulteriore revisione per riflettere in modo più ordinato e completo l'insieme dell'intervista.
D. La battaglia navale di Senigallia avvenne 76 anni dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Ciò nonostante, i Bizantini giunti in quegli anni in Italia con l’esercito o con la flotta ancora si presentavano come “i Romani”. Fino a che punto lo erano?
I Romani d’Oriente avevano la struttura, le leggi e l’organizzazione dell’antica Roma, ma popolavano una parte del mondo, dai Balcani in poi, dove la gente era tradizionalmente di lingua greca ed aveva abitudini molto diverse da quelle occidentali, oltre ad una mentalità che permaneva saldamente ancorata alla cultura ellenistica. D’altronde, fin da quando Costantino aveva trasferito la capitale a Bisanzio, ricostruita come “Nuova Roma”, la romanità dell’intero Impero ne era risultata sensibilmente snaturata.
D. Ha qualche esempio di diversità fra Roma e Bisanzio? Qualcosa che i Romani facevano in Occidente e che nell’Impero d’Oriente non si faceva.
La più appariscente diversità la si trova nell’aspetto religioso. Roma era sempre stata considerata da tutte le popolazioni dell’Impero la città sacra, il vero, unico ed insostituibile faro della civiltà romana. Chi giungeva a Roma da qualsiasi sponda dell’Impero sapeva che vi avrebbe trovato i santuari di culto delle proprie divinità, onorate nell’Urbe alla stregua delle divinità italiche, poiché solo in tal modo si era garantita per secoli e secoli la pax deorum, cioè quel patto di reciproco sostegno fra Roma e la sfera divina.
È per tale motivo che solo a Roma si potevano compiere certi atti pubblici, così come solo a Roma si potevano celebrare i trionfi, che dovevano necessariamente concludersi al tempio di Giove capitolino.
Governare l’Impero da un’altra città, come la rinnovata Bisanzio, detta poi Costantinopoli, significava mantenere l’esteriorità di un apparato statale romano senza la sua anima. Al cospetto delle popolazioni dell’Impero, in effetti, la nuova capitale non avrebbe mai potuto eguagliare il fascino, la maestà e la sacralità della Città eterna, né essere percepita come la madre della comune civiltà romana e del diritto.
La Chiesa si accorse molto presto di questo aberrante errore, visto che pose la sede del papato non a Costantinopoli, ma a Roma, ribadendone l'ultramillenaria sacralità.
D. Da chi o da che cosa i Romani, nei decenni passati, avevano acquisito la loro grandezza navale?
Più che di decenni, si trattò di ben otto secoli: a partire dal 260 a.C., anno della prima grande vittoria navale romana conseguita da Caio Duilio sulla flotta punica (I guerra punica), fino al 551 d.C., anno della battaglia navale di Senigallia.
I Romani avevano tratto le loro prime conoscenze navali dalle maggiori marinerie italiche, ad iniziare da quelle degli Etruschi, e poi da quelle di Anzio e della Campania, ed infine dall’imitazione delle costruzioni navali siracusane e puniche. Essi divennero grandi sul mare nella prima guerra punica, quando sconfissero ripetutamente i Cartaginesi proprio sul mare (la risolutiva battaglia navale fu quella delle Egadi, vinta da Caio Lutazio Catulo nel 241 a.C.) e divennero così la prima potenza navale del Mediterraneo. Da allora si avviò, sempre per via marittima, la loro progressiva espansione oltremare, sconfiggendo man mano tutte le altre espertissime potenze navali del mondo ellenistico, fino a fare del Mediterraneo un immenso lago romano. Il nostro mare venne allora sottoposto, per la prima ed unica volta in tutta la storia, alla legge di un solo Stato, cioè alla legge di Roma, che riconobbe a tutti il diritto di navigarvi liberamente ed in piena sicurezza.
Questa sicurezza venne garantita nell’intero periodo dell’Impero dalla silenziosa vigilanza delle flotte romane permanenti, istituite da Augusto ed ampliate dai suoi successori. Le due maggiori flotte imperiali furono quelle basate in Italia: la flotta Misenense e la flotta Ravennate.
D. Come erano fatte le navi che si scontrarono davanti a Senigallia?
Circa i dati tecnici relativi alle costruzioni navali utilizzate nelle acque di Senigallia, non possiamo avere certezza visto che non ne abbiamo alcuna descrizione particolareggiata, né è stata rinvenuto alcun relitto delle navi affondate durante la battaglia. D’altronde non è finora mai stata trovata alcuna nave da guerra antica, ad eccezione dei parziali resti del fondo della carena della cosiddetta “nave punica di Marsala” e di un analogo relitto ancora sommerso. In effetti le antiche naves longae erano unità sottili, leggere, e si deterioravano facilmente e velocemente. Ciò rende difficile la conoscenza, per esempio, della disposizione dei remi, che conosciamo solo per ipotesi basate sulle immagini dell’epoca (anche queste di incerta interpretazione).
Due anni or sono, tuttavia, è stato recuperato in Sicilia uno dei due rostri dell’antichità classica che abbiamo oggi a disposizione (l’altro fu trovato in Israele). Probabilmente quello siciliano risale al periodo della I guerra punica
D. Come venne combattuta la battaglia di Senigallia?
Le tipiche modalità di combattimento navale adottate dai Romani consistevano in una serie di azioni condotte nella seguente sequenza concettuale. Nella fase di avvicinamento alla formazione navale nemica, le navi romane cominciavano a bombardare quelle avversarie con le armi da getto, come le baliste e le catapulte, che lanciavano massi, grossi dardi e proiettili incendiari. Poi si passava alle frecce, scagliate dagli arcieri, e, a distanza più ravvicinata, ai giavellotti. Una manovra tattica era quella di raggiungere una nave nemica da poppa e di spezzarne con il rostro il timone e tutti i remi dello stesso lato, in modo da togliere agli avversari la capacità di manovra. In ogni caso, per avere la meglio contro una nave nemica, occorreva speronarla o affiancarla, agganciandola con dei rampini e legandola bordo contro bordo con dei cavi. A quel punto scattava l’arrembaggio e il combattimento uomo a uomo al fine di conquistare la nave e catturarne l’equipaggio. Il successivo utilizzo dei prigionieri (ridotti in schiavitù oppure restituirti al nemico in cambio di equivalenti restituzioni) veniva deciso dopo il rientro in porto.
Il successo romano nelle acque di Senigallia fu dovuto all’affiatamento e all’addestramento degli equipaggi, nel pieno rispetto della lunga tradizione navale dei Romani.
D. Abbiamo parlato di come combattevano i Romani. Ma come combattevano i Goti? Come si difendevano? Puntavano anche loro all’arrembaggio oppure erano più attendisti?
Non si hanno molte testimonianze sulla condotta delle azioni navali dei Goti. Essi avevano iniziato ad avventurarsi per mare in occasione delle incursioni navali che condussero nel Mar Nero e nell’Egeo nella seconda metà del terzo secolo d.C. Un secolo dopo furono accolti nell’Impero da Teodosio e dopo un ulteriore secolo inviati dall’imperatore Zenone in Italia. Anche allora essi non evidenziarono mai una grande competenza marittima, pur conseguendo qualche occasionale successo in alcune incursioni navali compiute di sorpresa. Essi erano per lo più dei marinai istintivi, senza strategie e senza disciplina.
Nella battaglia navale di Senigallia, non avendo né le conoscenze teoriche né l’esperienza pratica delle tattiche del combattimento in mare, i Goti si affidarono all’improvvisazione individuale dei singoli comandanti. Questi si portarono all’attacco indipendentemente, ostacolandosi a vicenda, vanificando i propri sforzi e mantenendosi nell’impossibilità di reagire in modo coordinato alle più oculate e disciplinate manovre della flotta romana.
D. Quali furono i numeri in campo in questa battaglia (uomini e navi)? E quali, presumibilmente, le perdite (uomini e navi)?
Abbiamo solo i numeri esatti relativi alle navi: la flotta dei Goti era costituita da 47 navi, mentre quella romana ne aveva 50, di cui 12 provenivano da Ravenna e 38 da Salona (in Dalmazia), che per molti secoli era stata una base secondaria della flotta Ravennate.
Poiché si trattava di navi di dimensioni piuttosto contenute (probabilmente liburne e dromoni), si potrebbe ipotizzare che ciascuna flotta imbarcasse dai 4000 ai 5000 uomini, fra marinai, rematori e combattenti.
Non risulta che la flotta romana abbia subito perdite di navi, mentre le unità perdute dai Goti, fra quelle affondate e quelle catturate furono 36.
D. Quali furono le ricadute della battaglia navale?
La battaglia di Senigallia fu uno dei colpi di mortali e forse il colpo di grazia ricevuto dai Goti da parte dell’Impero. Belisario ed i suoi successori avevano avuto poche forze terrestri, ma continuavano a godere di una buona disponibilità navale, che assicurava una sufficiente libertà di movimenti in mare e l’afflusso di rifornimenti dall’Impero.
Dopo la battaglia di Senigallia i Goti non riuscirono più a rialzare la testa, rinunciando perfino al loro proponimento di impossessarsi di Ancona per precludervi lo sbarco della spedizione navale orientale. La sconfitta in mare dei Goti permise pertanto la riconquista dell’Italia da parte dell’Impero d’Oriente. Si trattò tuttavia di una conquista di breve durata, visto che poco più tardi fu la volta dei Longobardi seguiti da altre invasioni che frantumarono l’unità politica della Penisola.
D. Quella guerra si configurò come uno scontro di civiltà?
Quando Giustiniano decise di muovere guerra contro i barbari in Occidente, lo fece evidentemente per riconquistare una parte molto importante dell’Impero, prima sconfiggendo i Vandali che si erano insediati in Africa e poi i Goti, che si erano stabiliti in Italia, culla della civiltà romana.
Ma è anche vero che l’Italia era in una situazione molto particolare, perché si stava assuefacendo alla presenza dei Goti. D’altronde, per oltre un millennio la nostra Penisola era stata – come Roma – un pregevole scrigno di etnie diverse, e la stessa civiltà romana si era formata ed arricchita con il contributo di tutte le culture entrate in contatto con l’Italia. Quindi, da questo punto di vista, parrebbe improprio parlare di scontro di civiltà.
Vi si potrebbe invece riconoscere un altro tipo di contrapposizione. Da una parte vi erano i Goti, che rappresentavano – come le altre popolazioni barbariche che avevano invaso l’Impero d’Occidente – un fattore di profondo cambiamento in direzione della progressiva formazione delle identità nazionali. Dall’altra parte vi era l’Impero d’Oriente, che si riteneva ancora il depositario della civiltà romana (sia pure sempre più ellenizzata e bizantinizzata), civiltà che aveva un prevalente carattere universalista.
Con la presenza indisturbata dei Goti, la nostra Penisola avrebbe probabilmente potuto avviarsi verso una trasformazione in stato nazionale, in tempi forse anche più brevi di quanto accadde negli altri paesi europei. La cacciata dei Goti dall’Italia e la temporanea riunione della nostra Penisola all’Impero potrebbe aver invece rafforzato il sentimento universalista già fortemente presente nelle concezioni romane ed ancora conservatosi presso di noi fino ad oggi. Sotto il profilo politico, questo ci ha alquanto penalizzato, rendendoci meno competitivi dei popoli in cui sono più forti e radicati gli egoismi nazionali. Sotto il profilo filosofico e spirituale, siamo forse rimasti un po’ meno contaminati dalla mentalità barbarica.
Per completezza di trattazione, devo aggiungere che l’articolo pubblicato su Focus Storia n°11 ha recepito correttamente gran parte delle considerazioni da me espresse nell’intervista ed ha anche incluso le seguenti quattro esplicite citazioni che sintetizzano alcune parti significative della stessa intervista.
«Governare l'Occidente da Costantinopoli» dice lo storico Domenico Carro «significava mantenere le sembianze dell'apparato statale romano, ma senza la sua anima. La nuova capitale non avrebbe mai potuto eguagliare la Città eterna, né essere percepita come la madre del diritto e della civiltà romana. La Chiesa lo capì e per questo mantenne a Roma la sede del papato».
«Le leggi e l'organizzazione erano quelle dell'antica Roma» osserva Carro «ma sui territori che ne facevano parte, dai Balcani in là, la gente parlava greco e aveva una mentalità saldamente legata alla cultura ellenistica».
[I Goti] «Avevano avuto, in precedenza, qualche occasionale successo in incursioni navali a sorpresa» spiega Carro «ma non conoscevano le tattiche del combattimento in mare. A Senigallia si affidarono all'improvvisazione dei comandanti, che si ostacolarono a vicenda».
«La presenza dei Goti» ragiona Domenico Carro «avrebbe potuto accelerare la formazione in Italia di uno Stato nazionale, che forse sarebbe nato prima che altrove in Europa».
